北京 – Pechino

Pechino, luglio/agosto 2016.

Dopo l’atterraggio io e la mia ragazza ci dirigiamo verso l’uscita in cerca di un taxi che ci porti all’albergo, un paio di addetti ci fermano e ci chiedono cosa ci serve e noi, con un cinese ancora un po’ maccheronico, spieghiamo che ci serve un passaggio verso l’hotel e gli mostriamo l’indirizzo. Poco dopo un furgoncino abbastanza lussuoso riempito di sedili in pelle si fionda all’uscita, un uomo di mezza età in parte calvo e leggermente grassoccio scende dal mezzo e ci aiuta a porre i bagagli nel bagagliaio, dopo essere saliti ci avviamo.

Il cielo ha una cromatura grigio scuro, la pioggia, che prima cadeva pigramente senza quasi farsi notare, ora si schianta sulla vettura così energicamente da produrre un suono simile ad un ruggito che rimbomba nell’automobile producendo una potente vibrazione. I nostri sguardi piantati all’esterno per studiare l’esotico, catturati dal diverso e dall’emozione di vedere luoghi che finora erano rimasti nell’immaginazione. Ogni tanto ci guardavamo e, senza il bisogno di parlare, si trasmettevano messaggi come “wow che emozione”, “non vedo l’ora di girare tutto”, oppure “speriamo che non ci porti in qualche vicolo e venda in nostri organi”…. ovviamente scherzando. Dopo circa 40 minuti arriviamo a destinazione, alla reception ci assegnano la stanza, prenotata in precedenza su internet, una signora ci accompagna in camera. Dopo aver ispezionato la stanza e posato le valigie la signora ci consegna il foglio con scritto il prezzo da pagare che si rivela maggiore di quello dichiarato nel sito, dunque, sempre con non poche difficoltà nel farci capire, spieghiamo che probabilmente ci è stata assegnata la stanza sbagliata e alla fine riusciamo a farci portare in quella equivalente al nostro pagamento. Una volta entrati la prima cosa che salta all’occhio è meravigliosa vista della finestra, che si affaccia su quello che sembra il retro di un cartellone pubblicitario ad una distanza di circa 20 centimetri, di modo da ostruire qualsiasi passaggio di luce. Comunque decidiamo di accettare il compromesso e ci accomodiamo nella camera, stremati dal lungo viaggio e dal fuso orario, senza possibilità di uscire a causa della tempesta che continuava a colpire la città.

Il giorno seguente comincia l’avventura, ci lanciamo nelle sconosciute e intricate strade senza una precisa meta, con il solo scopo di scoprire un mondo nuovo.

Da qui cominciamo a cogliere la diversità sia della città sia dei suoi abitanti, anche se la prima cosa che invade le nostre orecchie è il sordo rumore di uno sputo ben caricato ed emesso con la più totale indifferenza da un passante per strada… ma questo non ci ferma. Il sole nascosto dietro una fitta nebbia grigiastra che colora il cielo, immensi grattacieli si stagliano oltre le nostre teste proiettando giganti ombre lungo le strade e un senso di piccolezza comincia a scorrere dentro di noi. Automobili, autobus, tram, scooter elettrici, biciclette, tutti ammassati nelle enormi strade che serpeggiano lungo la città, viaggiano di fretta come se ci fosse una gara in corso alla quale partecipano tutti gli abitanti lunghe file di negozi e ristoranti sono dipinte sulle pareti degli edifici che costeggiano la strada. Subito notiamo la spericolatezza nel guidare i motorini: niente casco, deviazioni sui marciapiedi, intere famiglie su un solo mezzo (seriamente, abbiamo visto padre, madre e figlia insieme su un motorino), la visione fa sorgere però il primo paragone con il sud Italia.

Ma la vera tradizione orientale esplode negli antichi monumenti che sono in grado di far affiorare tante emozioni a chi si trova ad ammirarli: il senso di immensità che ti assale nella Città Proibita, grandi palazzi che si ergono imponenti attorno ad immensi piazzali dove è quasi impossibile vedere da una parte all’altra, il tutto accerchiato da case più piccole che si uniscono a formare vicoletti geometrici che si intrecciano come rami di un albero.

Una vista eccezionale si staglia dalle forti mura della Grande Muraglia e immagini di battaglie epiche riaffiorano in mente mentre si percorre l’apparentemente infinito serpente roccioso.

Per quanto riguarda la popolazione è affascinante vedere come quelle che noi percepiamo come diversità nelle loro usanze rispetto alle nostre, mettano in luce l’esistenza di un ritmo condiviso fra loro nativi, che va in contrasto con il nostro in quanto stranieri, ed è proprio questa diversità di ritmo che ci fa percepire un evento come estraneo. Ad esempio, una caratteristica dei cinesi è il non prestare molta attenzione al prossimo quando ci si trova a camminare in massa verso una stessa direzione, generalmente si tratta di una lotta chi arriva per primo, che sia per mettersi in fila o per entrare/uscire dalla metro, non ci sono regole di precedenza, vince chi arriva per primo. Ed è proprio qui che si mostrano le differenze, guardare loro che combattono per arrivare primi fa creare una dimensione che, vista in terza persona, si caratterizza da noi, estranei, intenti a guardare e studiare loro che vivono regolarmente la propria quotidianità.

Questa immagine potrebbe quasi essere dipinta e usata per riassumere cosa succede in un incontro interculturale.